Oh mio Dio! …la solitudine… vorrei essere lì, io…vivere dietro quella porta, dentro quella casetta… Ma come? Voglio vivere in solitudine?
Ce la farà il bambino a scendere le scale? Non sono particolarmente ripide, ma sono tutte “sgangherate”… e lui, poverino, sembra avere le gambe deformi, sembra malato…
Pare quasi un dipinto…la foto…Grecia, si forse Grecia…o Puglia, in qualche paesino povero, solo al mondo… Silenzio, mare, pace, povertà, ma anche serenità, serenità nel disagio, nella disabilità. Ce la farà il bambino a scendere le scale? E’ una preoccupazione, vorrei aiutarlo, vorrei ce la potesse fare, vorrei essere lì, prenderlo in braccio e portarlo giù.
Mi scendono le lacrime, penso a quanto vorrei fare per la gioia dei miei figli, tutto il possibile, ma non sono in grado, non sono adeguata…ho tuttavia delle speranze…quali contraddizioni!
Mi piace questo bianco in contrapposizione alle ombre! Chissà quali sono i colori originali? NO. E’ tutto bianco e nero, nero o bianco, nero e bianco, non ci sono altri colori…qui c’è la purezza del bambino, l’ingenuità, la bellezza, la bontà… e il nero, lo scuro invece la tristezza, la povertà, l’oscurità, la fine. Tutto sta insieme, convive.
Bella questa foto…sembra un disegno.
La foto è “Sifnos”, di Henri Cartier Bresson. Il brano è la trascrizione di una registrazione vocale effettuata dall’osservatore di fronte all’immagine. La registrazione ha permesso il fluire libero e immediato di parole ed associazioni, consentendo un’espressione verbale che non ci si concede nella scrittura, dove facilmente si ricerca uno stile, una cura della forma. In questo modo il filtro che interviene tra l’elaborazione mentale, il vissuto emotivo e l’espressione verbale di idee ed emozioni, è attenuato.
Un flusso produttivo diretto, avvalora la spontaneità e la “veridicità” di emozioni e pensieri.
Data questa premessa, senza entrare nei dettagli dei contenuti, ciò che emerge è una proiezione dei vissuti dell’osservatore sulla fotografia stessa. L’immagine ha il ruolo di trigger, di innesco di associazioni, immagini, sentimenti, significati che risiedono nell’osservatore, sotto forma di simboli, ricordi, mappe mentali, esperienze. Lo stesso osservatore, rileggendo la propria produzione immaginativa, ha riconosciuto temi personali, elementi di rilievo e valore riferibili alle proprie dinamiche psicologiche.
Temi quali la solitudine reale o percepita, il ruolo di genitore in relazione alla propria situazione familiare, la tendenza alla polarizzazione così come rappresentata dalla contrapposizione bianco-nero senza sfumature, emergono chiaramente e soprattutto emergono con connotazioni emotive, autoriflessive.
Questo breve brano offre una potente occasione per condurre una riflessione sui propri vissuti, una elaborazione delle proprie criticità, così come una valorizzazione delle peculiarità, occasione che può essere colta in setting diversi e anche attraverso ulteriori lavori che utilizzino come strumento materiale fotografico.
E’ possibile affermare, sebbene con cautela, che un principio di metariflessione riparatoria ha già avuto inizio, durante l’osservazione stessa della fotografia. “Ho tuttavia delle speranze” “quali contraddizioni!”, sono affermazioni spunto per la costruzione di una fiducia attraverso l’accennata consapevolezza della convivenza di sentimenti ambivalenti. Nel finale nuovamente, l’apparente rigidità dialettica sfocia nell’armonica possibilità di conciliazione degli opposti.
Lo sguardo sulla fotografia ha consentito all’osservatore l’emergere di vissuti, valori, criticità, desideri, creando l’occasione per una affermazione di sè consapevole e per l’eventuale avvio di un percorso di elaborazione conoscitiva e trasformativa.